Maggie Taylor - Garden

Beati i figli che giocano sulla luna

Creare uno spazio, Il mucchio di sabbia, in cui provare a far uso della parola e della scrittura per accostarsi agli impulsi dell’arte e della conoscenza, scoprendo i canali con cui esse si connettono, negli abissi dell’interiorità umana, alla ricerca del volto invisibile e indicibile della vita, può senz’altro passare per un azzardo, se non, forse, per una vera e propria antinomia. Come può la parola coniugarsi con ciò che è inesprimibile e indicibile? In che termini e con che presupposti un tale rapporto diventa sensato, e anzi ambasciatore di limpide rivelazioni?
La scrittura non è una via privilegiata per entrare in contatto con verità profonde. Questa è una tesi condivisa da chi prova a penetrare la scorza del mondo in cui è immerso. Sul come gli uomini da sempre tentino di farlo esistono alcune importanti convergenze nella storia, indipendenti da luogo e tempo, da cultura e civiltà. Nel prezioso tesoro dei come, tuttavia, la scrittura non ha mai un posto sostanziale.
Come il linguaggio stesso, quando la scrittura si manifesta è già cristallizzazione di qualcosa che ormai è accaduto, che è già ricordo. Così il poeta che scrive versi, così il filosofo che dedica i giorni alla conoscenza. Gli esempi di scrittura automatica o i lunghi rotoli di carta per telescrivente che Kerouac usava per non interrompere il flusso creativo non aiutano a smontare questa tesi. Solo apparentemente si cerca di con-fondere l’esperienza immediata con la sua espressione, ma i risultati non convincono, e ciò per la natura stessa dei due corni del dilemma. Le parole hanno significati, e i significati esistono per essere condivisi e comunicati. Ma un’esperienza fatta oltre la superficie delle cose non può essere condivisibile. Fin dalle origini, su questo punto, ogni speculazione penetrante ha sempre convenuto. Come il sale sulla pelle dopo un’immersione, se ne può esprimere il residuo, non di più. Vivere un’esperienza indicibile non significa avventurarsi per forza nei territori esoterici della mistica, levitare, o indovinare che tempo farà domani. È indicibile tutto ciò che affonda le radici nell’immediatezza, dove la vita si impone oltre i confini di un tempo riconoscibile, domina sulle sue stesse cause, trionfando senza misura. Il linguaggio è vassallo del tempo, del suo svolgersi nell’arabesco di cause ed effetti. E nel tempo ogni cosa è separata dall’altra, ogni soggetto è altro dal suo oggetto. Laddove l’immediatezza ruba la scena al tempo, l’io e il suo oggetto si spogliano dei reciproci ruoli e si con-fondono (meglio di come Kerouac facesse con i suoi fogli). Lì cessano di vivere separati, e la conoscenza logica del mondo si dissolve. Cosa conoscere se niente è più altro da me per essere conosciuto? A chi comunicare questa esperienza, nel momento in cui è vissuta, se l’uditorio si è fatto deserto? O se è talmente affollato da comprendere tutto, chi parla compreso? Ognuno di noi sa, nel profondo, che il mondo non si ferma a ciò che di lui possiamo dire. Almeno una volta, l’intuizione del volto nascosto della vita ci ha sedotto come nient’altro era stato capace di fare. Forse siamo fuggiti inorriditi da quella visione. Forse no. Ma a quel punto, indifferentemente, già non era più dato dire da cosa fuggivamo o da cosa non avremmo più smesso di essere inebriati…
Il linguaggio, anche se lontano dal cuore che non trema della verità, anche se inadeguato a misurarsi sul terreno della sapienza, conserva però un privilegio, un’astuzia. Lì dove la mano è salda, dove la mente è disposta a concedere un doppio, impossibile volto alle cose possibili, la parola sfodera le proprie aristocratiche armi e dimostra il suo valore.
Se convivere con l’esperienza immediata le è proibito, se non le è dato essere veicolo di verità definitive né per chi la scrive né per chi la legge, alla parola resta il compito di indicare i luoghi in cui la scorza del mondo è più sottile, dove una leggera pressione può fare sprofondare dall’altra parte, dove il trucco può sciogliersi e l’apparenza rivelare la sua natura inaudita. Il linguaggio diventa una mappa su cui indicare non i rilievi, ma le tenui depressioni della vita. Mostrando, a chi ne cerca le tracce, i luoghi dove orientare lo sguardo, i panorami da cui farsi stregare, le coordinate di ciò che da solo, forse, potrà arrivare a scoprire, in un mondo dove, a chi ha udito fine e coraggio di ascoltare, la vita rivela ogni istante come il terreno saldo sia il vero pericolo, e la salvezza sia possibile solo laddove la consistenza del suolo si fa lieve, sempre in procinto di ingoiare l’esploratore nel suo sottosuolo veritativo.
L’arte è uno di questi luoghi sottili.
Non il solo, in verità. Certe branche della scienza, così come certe esperienze riconoscibili fra i mille rivoli delle discipline esoteriche, possono essere luoghi sottili in cui avventurare l’attenzione, e di cui la parola può tracciare la mappa. Non luoghi dell’impossibile, ma specchi in cui chi è avvezzo alla visione può, riflettendovisi, riconoscere l’impossibile in sé, concepire l’occasione di poter vedere. L’arte è il territorio dove il fantastico può crescere e svilupparsi con temperature ideali, e ciò perché essa nasce dall’esperienza indicibile di un uomo, dalla sua attività conoscitiva intuitiva e non logica, e ne è l’espressione primaria, il residuo diretto. Se lo stimolo di Manzoni era stato fare arte della merda d’artista, oltre la provocazione vi è la verità che è l’arte stessa la merda dell’artista. E che solo come tale va amata e compresa.
E, qui, abbracciata e discussa. Qui: in uno spazio, Il mucchio di sabbia, in cui la parola crea mappe dei luoghi sottili, uno spazio di scrittura e, insieme, l’immagine della faccia nascosta della luna. Un’immagine ricavata dalle parole dell’astronauta che per primo l’ebbe davanti agli occhi, provando ad esprimerla in parole a chi chiedeva descrizioni. «È un mucchio di sabbia in cui i miei figli hanno giocato per un po’ di tempo», disse. Inconsapevolmente, l’uomo aveva congelato in quella non-descrizione tre aspetti fondamentali legati alla conoscenza: la ricerca delle verità profonde impresse nel volto invisibile delle cose, il limite connaturato nel linguaggio come via di espressione del nascosto, la sua profonda bellezza quando riesce, caparbiamente, a tracciare uno schizzo, un’immagine, una mappa del luogo dei giochi.
Nel mucchio di sabbia proviamo a fare questo.

L.D.

(Copertina: Maggie Taylor, Garden)